Francesco Sforza

Francesco Sforza (Cigoli, 23 luglio 1401 – Milano, 8 marzo 1466) è stato il primo duca di Milano appartenente alla dinastia degli Sforza.

Valente condottiero di compagnia di ventura, per anni Francesco Sforza combatté al servizio dei vari principati italiani, dal Regno di Napoli allo Stato della Chiesa, per giungere infine alla corte del duca di Milano Filippo Maria Visconti.
Nel ventennale servizio presso quest'ultimo, lo Sforza dovette destreggiarsi tra gli intrighi organizzati dal duca medesimo, invidioso e sospettoso della popolarità e delle abilità militari del suo capitano di ventura.

Nel 1441, Francesco giunse a sposare la figlia del duca, Bianca Maria, divenendo de facto il successore del potentato milanese. Tuttavia, alla morte di Filippo Maria avvenuta nel 1447, Milano insorse proclamando la Repubblica, destinata a indebolirsi progressivamente a causa dell'influenza politica e militare che lo Sforza stesso riuscì a esercitare sul popolo meneghino.

Dopo essere asceso al rango ducale nel 1450 ed essere stato legittimato davanti ai milanesi come consorte dell'ultima esponente dei Visconti, Francesco Sforza fu il principale artefice della pace di Lodi tra gli Stati italiani e della rinascita politica, economica ed artistica del Ducato di Milano dopo decenni di instabilità, guadagnandosi la stima e l'ammirazione dei suoi contemporanei e di Niccolò Machiavelli.

Origini e il matrimonio con Polissena Ruffo

Figlio illegittimo del condottiero Muzio Attendolo Sforza e di Lucia Terzani da Torgiano, Francesco Sforza passò la sua infanzia tra Firenze e la corte ferrarese di Niccolò III d'Este. Presso quest'ultimo signore, Francesco ebbe tra i suoi maestri il grande umanista Guarino Guarini detto "il Veronese", ricevendo così un'ottima educazione. Successivamente seguì il padre a Napoli dove, all'età di undici anni (dicembre 1412), venne nominato conte di Tricarico da re Ladislao I di Napoli e quindi armato cavaliere.

Il "conticello" (così fu chiamato Francesco dopo l'investitura), sposò pertanto Polissena Ruffo, una nobile calabrese del ramo di Montalto e vedova del cavaliere francese Giacomo di Mailly che possedeva molte terre, specie nel cosentino. Il matrimonio si celebrò il 23 ottobre del 1418 a Rossano: la sposa portò in dote i territori di Paola, il principato di Rossano, Calimera, Caccuri, Montalto, Policastro e altri feudi che furono affidati all'amministrazione di Angelo Simonetta.

Tuttavia nel 1420 Polissena morì poco tempo dopo aver dato alla luce (1419) la figlia Antonia Polissena, destinata a morire in fasce assieme alla madre, forse entrambe avvelenate.

Da Napoli a Milano

La guerra di successione al trono di Napoli (1419-1424)

Dal 1419, poco dopo la nascita della figlia, il diciottenne Francesco fu chiamato dal padre (all'epoca al servizio di papa Martino V) a combattere nel Lazio contro Braccio da Montone, potente capitano di ventura che ostacolava il pontefice nel riacquisire la sovranità sui territori dello Stato Pontificio.
Messisi così direttamente al servizio del pontefice, Francesco e Muzio si adoperarono per la difesa del trono di Napoli contro le mire di Alfonso V d'Aragona, erede proposto dalla regina Giovanna II, il quale era contrastato da Luigi d'Angiò, candidato del pontefice.

In una serie di capovolgimenti e voltafaccia da ambo le parti, i due Sforza si segnalarono per l'abilità nelle operazioni militari.
Il 4 gennaio 1424, però, il padre Muzio perì presso la foce del fiume Pescara in una battaglia contro il già ricordato Braccio da Montone.
L'eredità fu raccolta dal figlio stesso, il quale concluse la guerra contro gli aragonesi nel giro di pochi mesi. Francesco riconquistò infatti Napoli nell'aprile del medesimo anno in seguito al tradimento del comandante militare di Alfonso d'Aragona Jacopo Caldora; guidò quindi le truppe paterne contro Braccio, portandole alla vittoria nella battaglia dell'Aquila (il 2 giugno 1424, ultimo episodio della guerra dell'Aquila), assicurando così alla regina Giovanna, che nel frattempo aveva rotto l'alleanza con Alfonso d'Aragona e si era avvicinata a Luigi d'Angiò, il controllo definitivo del Regno.

L'intermezzo pontificio (1424-1425)

Messo al sicuro il meridione dalle ambizioni aragonesi, Francesco Sforza fu assoldato direttamente da Martino V nella lotta contro Corrado Trinci, signore di Foligno il quale, proseguendo la politica di Braccio, impediva al pontefice di riportare l'autorità papale sui territori dello Stato della Chiesa. Francesco ne vinse la debole resistenza riportando Foligno sotto l'obbedienza pontificia.

Al servizio di Filippo Maria Visconti

La battaglia di Maclodio e la prima caduta in disgrazia

Con queste credenziali il giovane Sforza entrò, nell'estate del 1425, al servizio del duca di Milano, Filippo Maria Visconti. Questi all'epoca era in lotta contro la Repubblica fiorentina e la Repubblica di Venezia, le due principali potenze italiane che cercavano di impedire al Signore di Milano di ricreare il vastissimo dominio territoriale costruito a suo tempo dal padre, Gian Galeazzo Visconti.
Filippo Maria concesse allo Sforza, oltre all'indipendenza dagli ordini del luogotenente delle forze ducali, Angelo della Pergola, un contratto di condotta di cinque anni, con il quale il capitano di ventura si impegnò inizialmente a combattere contro Firenze per la conquista di Forlì al comando di 1500 cavalieri e 300 fanti.

Le mire espansionistiche di Filippo Maria preoccuparono però gli altri potentati italiani, allargando così l'alleanza antiviscontea anche a Ferrara, Mantova, Siena, la Savoia e la Sicilia, coalizione che dichiarò guerra a Milano il 27 gennaio 1426.
Accerchiato in questo modo, il Visconti non poté che soccombere, nonostante avesse al suo soldo anche un altro valente capitano di ventura, Niccolò Piccinino.
Un anno dopo l'apertura delle ostilità Francesco Sforza, indebolito dalle sconfitte militari di Brescello (20 maggio) e dalla distruzione della flotta viscontea del Po (7 agosto), affrontò il luogotenente delle forze venete, Bartolomeo Colleoni, nella battaglia di Maclodio (12 ottobre 1427), dalla quale le forze ducali ne uscirono sconfitte, costringendo Filippo Maria a rinunciare alle città strategiche di Brescia e di Bergamo.

L'esito della battaglia incrinò i rapporti tra il duca e lo Sforza, i quali peraltro non erano mai stati buoni a causa della differenza di carattere e per il carisma di cui era dotato il condottiero. Infatti, con una scusa, Francesco fu relegato a Mortara (località tra il Ticino e il Po) tra il 1428 al 1429, con l'ordine di rimanervi a tempo indeterminato.

La spedizione contro Lucca (estate 1430)

Volgendo al termine il contratto di condotta, Filippo Maria lasciò libero lo Sforza, nell'estate del 1430, che poté così recarsi a Lucca per assicurare il potere a Paolo Guinigi e scacciare il capitano filo-fiorentino Niccolò Fortebraccio.
La spedizione, nonostante fosse un'apparente iniziativa di Francesco, in realtà era un'impresa voluta segretamente dal Duca di Milano per bloccare l'avanzata dell'influenza fiorentina in terra toscana e rafforzare gli alleati viscontei in quella regione. Nonostante Paolo Guinigi fosse stato salvato dall'intervento militare dello Sforza, però, il signore di Lucca fu detronizzato, nella notte tra il 14 e il 15 agosto, da una rivolta interna alla città.

La caduta del Guinigi risultò inaspettata, in quanto la salvezza militare dello Sforza avrebbe dovuto in teoria rassicurare la posizione del Guinigi stesso, mentre invece fu lui stesso poi a decretarne la caduta.

I sospetti del colpo di Stato ricaddero anche sul duca di Milano in quanto Filippo Maria, di natura misantropo e tendente agli intrighi, si mise d'accordo con Antonio Petrucci (cancelliere di Guinigi) per farlo cadere dal rango di signore di Lucca.
Paolo Guinigi fu pertanto portato a Pavia in catene come prigioniero, morendovi due anni dopo.

Il fidanzamento con Bianca Maria Visconti (1432)

Ritornato dall'impresa di Lucca, Francesco si ritirava a Mirandola, in attesa di nuovi ordini.
Per mantenere il condottiero sotto il proprio controllo (Venezia, richiamata in guerra dai fiorentini, auspicava che lo Sforza si mettesse al suo servizio), Filippo Maria lo rimise a capo delle sue truppe sconfiggendo, insieme al Piccinino e a Niccolò da Tolentino, i veneziani a Cremona, e gli offrì in sposa la figlia Bianca Maria.

Questa all'epoca aveva solo cinque anni e, anche se ufficialmente legittimata dall'imperatore Sigismondo, era estromessa dalla successione al ducato: pertanto Filippo Maria usò la figlia come pedina politica da dare in sposa al condottiero o politico più potente di turno.
Francesco accettò la proposta, probabilmente attratto dall'anticipo della dote che consisteva nelle terre di Cremona, Castellazzo Bormida, Bosco Marengo e Frugarolo. Il contratto di fidanzamento venne ratificato il 23 febbraio 1432 presso il castello di Porta Giovia, residenza milanese dei Visconti.

La spedizione nelle Marche

Gli anni 1433-1435 videro lo Sforza impegnato in una nuova grande campagna militare, questa volta contro il Papato.
Infatti Filippo Maria, intenzionato come sempre a riprendere in mano i territori paterni, approfittò della crisi in cui versava il nuovo papa Eugenio IV (1431-1447) a causa delle diatribe del Concilio di Basilea, che mettevano in dubbio l'assolutismo papale e la stessa legittimità di Eugenio quale pontefice.
Lo Sforza ebbe la meglio sulle deboli forze papali, conquistando in sole tre settimane Jesi, Osimo, Fermo, Recanati, Ascoli e poi Ancona, affidandone la gestione al calabrese Angelo Simonetta e minacciando così i restanti territori pontifici.

Di fronte alla minaccia di perdere anche il potere temporale, Eugenio decise di riconoscere la validità del Concilio, aprendo nel contempo le relazioni con l'imperatore Sigismondo. Grazie all'autorevole intermediario, Eugenio si salvò dalla catastrofe nominando lo Sforza "marchese perpetuo di Fermo, vicario per cinque anni di Todi, Toscanella, Gualdo e Rispampani, nonché gonfaloniere della Chiesa".

Al servizio della lega antiviscontea (1436-1440)

Avuti così in feudo i territori conquistati, Francesco si dichiarò disciolto dai vincoli di fedeltà che lo legavano a Milano e passò dalla parte dei nemici del Visconti. Filippo Maria, al quale già da qualche tempo «parve che il suo condottiere diventasse troppo forte e lo giudicò disobbediente ai suoi ordini di piegare il Papa veneziano dal quale temeva un rafforzamento della potenza di Venezia», poté dichiararlo "fellone" pubblicamente e cercò di scalzarlo inutilmente dai domini marchigiani.
Lo Sforza fu così assoldato, mentre si trovava a Santa Gonda, il 27 novembre 1436 dalla solita lega antiviscontea formatasi a Firenze (cui aderirono il Papa e Venezia), città ove Francesco strinse rapporti amichevoli con Cosimo de' Medici. Nonostante avessero al loro servizio uno dei migliori condottieri del tempo, gli alleati si disunirono sulle manovre militari da compiere contro Milano: Venezia intendeva portare la guerra nella pianura padana (dove voleva conquistare definitivamente Brescia), mentre Firenze preferiva rivolgere le forze della coalizione contro l'agognata città di Lucca.

I dissidi interni furono acuiti dalle trattative segrete che Francesco Sforza portò a termine con Filippo Maria, quest'ultimo desideroso di sgretolare all'interno la già debole impalcatura diplomatica della lega: lo Sforza, difatti, promise al duca che non avrebbe portato le sue truppe al di là del Po. Questo doppio gioco dello Sforza era dettato dalla volontà di non inimicarsi del tutto il lunatico duca, facendogli capire che avrebbe abbandonato la lega se Filippo Maria gli avesse concesso definitivamente il fidanzamento con Bianca Maria.
Il 28 marzo 1438 il Duca di Milano infatti rinnovò al capitano di ventura l'offerta di matrimonio, ma un nuovo capovolgimento di umori verso lo Sforza (con una scusa, Filippo Maria disse che Bianca era ammalata e non si poteva subito procedere alle trattative), spinsero Francesco ad abbracciare nuovamente la causa antiviscontea accettando l'incarico di guidare le forze venete e fiorentine (febbraio 1439).

La riconciliazione con il Duca e il matrimonio con Bianca Maria (1441-1447)

Nel 1440 lo Sforza, privato nel Regno di Napoli dei suoi feudi occupati da Alfonso I di Napoli, dovette riconciliarsi col Visconti, che nel frattempo subiva pressioni politiche e ricatti da parte di Niccolò Piccinino e si trovava in pessime condizioni economiche nella guerra contro Venezia, il cui capitano era proprio lo Sforza.

Filippo Maria fu quindi costretto definitivamente a dare in sposa la figlia Bianca Maria allo Sforza, col fine di avere al suo servizio un valente capitano.
A suggello di questa nuova alleanza, pertanto, il 25 ottobre 1441 lo Sforza poté finalmente sposare a Cremona Bianca Maria e, da quel momento in poi, si firmò sempre col nome di Francesco Sforza Visconti, nel tentativo di sottolineare il suo legame con la dinastia regnante.
L'irrequieto duca, però, continuava a non fidarsi del genero: per cercare di eliminare questo pericoloso parente, Filippo Maria commissionò l'omicidio di Eugenio Caimo (colui che aveva organizzato il matrimonio), mise sotto assedio Cremona, che Sforza aveva ricevuto in dote dalla moglie, e promise al papa Eugenio IV la riconquista dei territori delle Marche che aveva perduto, riuscendo ad attirare nella sua orbita anche Alfonso V d'Aragona (30 novembre 1442).

Francesco si mosse verso il Meridione, ma subì alcuni rovesci militari; si rivolse quindi contro Niccolò Piccinino, che da tempo aveva occupato i suoi territori in Romagna e Marche, e lo sconfisse a Monteluro l'8 novembre del 1443, grazie anche all'aiuto di Venezia e di Sigismondo Pandolfo Malatesta (che aveva sposato una figlia illegittima di Francesco, Polissena). Nel frattempo, Francesco aveva riallacciato i rapporti con il suocero, il quale voleva sì umiliare Francesco, ma non distruggerlo, tanto da aiutarlo a fronteggiare la coalizione anti-sforzesca da lui stesso creata e formata da Napoli e dal Papa. Lo Sforza successivamente combatté anche contro il figlio del Piccinino, Francesco che sconfisse nella battaglia di Montolmo (1444).

L'ascesa al potere

La proclamazione della Repubblica Ambrosiana

Il 13 agosto 1447 Filippo Maria morì, in completa solitudine, nel suo castello di Porta Giovia a Milano.
La mancanza di eredi legittimi che potessero succedere al defunto duca spinse i milanesi a proclamare le antiche libertà comunali, ricostruite sotto l'egida del simbolo della libertà comunale milanese, vale a dire il patrono Sant'Ambrogio.

Mentre a Milano veniva proclamata la cosiddetta Repubblica Ambrosiana, con a capo Manfredo da Rivarolo de' conti di San Martino in qualità di podestà, Francesco si trovava alla guida delle sue truppe a Cremona. Era necessario da parte dei nuovi governanti conquistarsi le armi dello Sforza, per evitare che quest'ultimo si impadronisse della capitale e pertanto del potere.
Assoldato dai nuovi signori della città con delle offerte molto vantaggiose il 3 di settembre, Francesco condusse tra il 1447 e il 1448 nuove imprese militari contro la Repubblica di Venezia, la quale stava cercando di approfittare del caos politico in cui versava il nuovo governo repubblicano per conquistare le città di Lodi e Piacenza. Francesco riuscì a scacciare i Veneziani da Piacenza il 16 dicembre, mentre Bartolomeo Colleoni (sottoposto dello Sforza) riusciva a scacciare i Francesi dai confini occidentali del ex-ducato.

L'accordo di Rivoltella tra lo Sforza e Venezia

La svolta giunse il 15 settembre del 1448, quando Francesco annientò le truppe venete nella battaglia di Caravaggio.

La Serenissima, ora in difficoltà, offrì allo Sforza gli aiuti per conquistare Milano, preda che il condottiero aspettava di fagocitare alla prima occasione. Con un patto stipulato a Rivoltella il 18 ottobre, pertanto, Venezia offriva aiuti militari a Francesco (6000 cavalli, 2000 fanti con un sussidio di 30.000 fiorini l'anno fino alla resa di Milano), chiedendogli in cambio il riconoscimento dei territori di Bergamo e Brescia.
La notizia del tradimento dello Sforza gettò nel caos più completo i maggiorenti milanesi (molti dei quali già ostili allo Sforza ben prima delle sue imprese militari, quali Giorgio Lampugnano), in quanto senza truppe da muovere contro il traditore. Pertanto quest'ultimo, nel corso del 1449, riuscì a isolare progressivamente Milano: dopo aver sottomesso il 30 dicembre del 1448 Novara, nel corso dell'estate dell'anno successivo lo Sforza sottomise Melegnano, Vigevano e le restanti città ancora fedeli alla Repubblica.

L'assedio di Milano e la rottura con Venezia

Francesco giunse così, l'11 settembre 1449, fin sotto le mura di Milano (già privata dell'acqua dei Navigli ad opera dello Sforza stesso), accampando il proprio esercito al di fuori di Porta Orientale e Porta Nuova, e assediandola fino al febbraio del 1450.
Venezia, con un colpo di mano, strinse alleanza con la Repubblica Ambrosiana nel momento in cui lo Sforza stava assediando Milano, in quanto il doge Francesco Foscari si era reso conto che il condottiero aveva assunto troppo potere. Di conseguenza, i Veneziani ingiunsero alla Repubblica Ambrosiana di mantenere quello che possedeva ancora dell'ex ducato, e a Francesco Sforza di accettare tutte le conquiste effettuate fino a quel momento, proposta che il condottiero rifiutò.

Duca di Milano

La conquista del potere

In questo altalenarsi di vicende, il popolo meneghino, stanco dall'ambigua condotta dei suoi governanti e stremato dalla carestia, si ribellò il 25 febbraio 1450, aprendo le porte al nuovo duca della città, carica in cui fu confermato ufficialmente il 25 marzo 1450 tra ali festanti di folla, grazie anche all'influenza che Gasparo Vimercato ebbe sull'animo dei milanesi.
I rappresentanti della città consegnarono allo Sforza, infatti, potestatem, dominum et ducatum annexum, cioè la potestà, la signoria e il ducato unito assieme.

Il fronte delle alleanze

Francesco non poté assaporare subito i frutti della sua splendida conquista: Venezia, che sperava di eliminare dalla cartina geografica un rinnovato e potente stato lombardo con le condizioni di pace dell'autunno 1449, si ritrovava invece ora un Ducato riunificato sotto lo scettro dello Sforza.
La guerra risultò inevitabile per la Serenissima, ma ci vollero due anni prima dell'inizio delle manovre militari vere e proprie, a causa dell'intensa politica estera condotta da ambo le parti per sostenere le proprie pretese.

Francesco poteva contare sul sostegno di Firenze, di Ludovico Gonzaga, di Sante Bentivoglio e di papa Niccolò V, d'altro canto doveva scontrarsi con una potente coalizione che, oltre a Venezia, al Marchesato del Monferrato e al Ducato di Savoia, era composta da altri tre Stati estremamente potenti: il Regno di Francia, quello di Napoli e il Sacro Romano Impero.
Nel primo caso, Carlo VII sosteneva le pretese della casa cadetta degli Orlèans, in quanto discendenti di Valentina Visconti; il re di Napoli Alfonso d'Aragona aveva mire su Genova ed era intenzionato a estendere il controllo sul sud della Toscana; l'imperatore Federico III d'Asburgo non intendeva riconoscere lo Sforza come duca di Milano, in quanto soltanto l'imperatore poteva investire qualcuno del Ducato, fatto per cui Francesco veniva visto come un usurpatore.

La diplomazia di Cosimo de' Medici

Il principale sostenitore dello Sforza restava comunque Cosimo de' Medici.
Oltre ai già ricordati legami d'amicizia che si erano instaurati negli anni '40, sia lo Sforza che il Medici avevano tutto da guadagnare da un'alleanza tra Milano e Firenze.
Cosimo temeva infatti che Venezia si rafforzasse troppo sulla terraferma e che venisse meno l'influenza economica del Banco dei Medici in territorio milanese; inoltre, gli interessi che la Serenissima stava dimostrando nei confronti dei mercati orientali preoccupava seriamente Cosimo.

La lega antisforzesca tentò di porre fine all'alleanza tra Firenze e Milano, espellendo i mercanti fiorentini dai loro stati (2 giugno 1451), ma ottenne l'effetto contrario: Cosimo si strinse ancor di più allo Sforza e, grazie all'abilità del Medici, Carlo VII abdicò alle pretese degli Orlèans e si riconciliò con Francesco (febbraio 1452), in quanto il monarca francese rivelò la sua preoccupazione per le mire di Alfonso V su Genova.

Le manovre belliche (1452-1454)

Estromesso il regno transalpino dalle manovre belliche italiane, la guerra scoppiò definitivamente il 16 maggio 1452, allorché i Veneziani, supportati a occidente dai principati piemontesi, invasero il Ducato attraversando l'Adda.
Francesco e il fratello Alessandro Sforza riuscirono, con un altalenante serie di successi e insuccessi, a mantenere le loro posizioni, ora arretrando ora avanzando contro il nemico.

Una svolta giunse il 15 agosto 1453, allorché Francesco vinse i Veneziani nella battaglia di Ghedi, permettendo così di recuperare tutti i territori fino ad allora conquistati dalla Serenissima, con l'eccezione di Brescia, Bergamo e Crema.
In seguito al ribaltamento delle sorti, Guglielmo VIII del Monferrato, per non trovarsi alla mercé dei milanesi, stipulò una pace separata con lo Sforza (settembre).
Altro fattore decisivo per la fine della guerra fu la caduta di Costantinopoli (29 maggio 1453), evento che suscitò un brivido di terrore in tutti i potentati europei, richiamati alla pace comune per fronteggiare la minaccia dei Turchi.

La pace di Lodi (1454)

Pressati dal pontefice Papa Niccolò V, gli Stati Italiani stipularono la famosa pace di Lodi (9 aprile 1454), firmata dal Ducato di Milano, dalla Serenissima, dalla Repubblica fiorentina, dallo Stato della Chiesa e, poi, anche dal Regno di Napoli.
La Lega fu un vero e proprio capolavoro diplomatico che permetterà agli Stati italiani un periodo di pace durato fino alla discesa di Carlo VIII di Francia nel 1494, dando origine alla Lega Italica per la pace comune e la comune difesa da attacchi stranieri.

Alla fine della guerra Milano manteneva Lodi e Pavia, ma perdeva tutti i possedimenti al di là dell'Adda, cioè Bergamo, Crema e il bresciano, che passarono definitivamente a Venezia.
Tale Lega (proclamata solennemente il 25 marzo 1455), definita anche coll'appellativo di Santissima, si prefiggeva infatti lo scopo di indire una crociata contro i Turchi, aderendo all'invito prima di Niccolò V, ma soprattutto a quello lanciato dal successore Pio II nel Concilio di Mantova (1459).

Il decennio 1455-1465

Da artefice della Lega Italica, Francesco riuscì a stabilizzare i rapporti di Milano con gli altri potentati della penisola, specialmente con Firenze e con il Papato, ma anche col vecchio nemico Alfonso di Napoli.
Con quest'ultimo, infatti, lo Sforza intavolò trattative matrimoniali volte a rinsaldare i legami tra le due casate, facendo sposare la figlia Ippolita con Alfonso, duca di Calabria e principe ereditario.
Al contrario, l'imperatore Federico III continuava a considerare Francesco un usurpatore perché si era impadronito del potere senza il suo consenso.
Neanche l'invio a Ferrara (ove Federico soggiornava nel suo viaggio per essere incoronato a Roma) del primogenito Galeazzo Maria servì per smuovere il risoluto imperatore dai suoi propositi antisforzeschi.

Verso la fine del suo regno, Francesco cambiò anche la sua politica nei confronti della Francia.
Nemico giurato di Carlo VII, Francesco, il 6 ottobre 1460, attraverso il suo plenipotenziario Prospero da Camogli, stipulò con il futuro Luigi XI di Francia, erede al trono francese ma in pessime relazioni con il padre, un trattato in base al quale Luigi avrebbe rinunciato a ogni pretesa sul suolo italiano; dal canto suo, lo Sforza l'avrebbe aiutato nella conquista del trono. Asceso al trono nel 1461, Luigi non volle inizialmente acconsentire al patto con il duca di Milano ma, pressato da Enrico IV di Castiglia e dalla lotta con il suo potente feudatario Carlo il Temerario duca di Borgogna, il sovrano decise di riconoscere le conquiste militari di Francesco Sforza in Liguria (Savona e Genova, 1464), quest'ultima dedita alla corona d'oltralpe ma ribellatasi nel 1463.

Per ripagare il debito con Luigi XI (e anche per tenerselo come amico e alleato, vista la rinata potenza francese), Francesco inviò un contingente milanese a favore del monarca francese con a capo il primogenito, Galeazzo Maria, contro Carlo il Temerario.

La ricostruzione del Castello

L'attenzione di Francesco, appena divenne duca di Milano, fu quella di ridare pace e stabilità allo Stato. In primo luogo, Francesco dimostrò subito di ripristinare un governo autocratico in continuità con quello visconteo, iniziando la costruzione del Castello Sforzesco sulle rovine di quello di Porta Giovia, distrutto dopo la morte di Filippo Maria.
Secondo quanto riporta però lo storico settecentesco Pietro Verri, lo Sforza usò uno stratagemma psicologico per convincere i Milanesi a ricostruire l'odiato simbolo del potere tirannico, convincendoli che bisognava costruire una cittadella nella città, col fine di ospitare la milizia ducale e fronteggiare così gli assalti dei Veneziani, consci questi ultimi delle deboli difese milanesi.

Gli ultimi anni e la morte

La salute del Duca, a partire dai primi anni '60, si fece sempre più precaria: nel dicembre del 1461 fu colpito sia dalla gotta che dall'idropisia che da tempo l'affliggevano cronicamente.
La riacutizzazione fu tale che si temette per la sua vita, ma già a metà gennaio del 1462 i medici lo dichiararono fuori pericolo. Nonostante ciò, Francesco non si riprese più del tutto dalla crisi di quegli anni. Oltre a questi problemi di salute, lo Sforza fu angustiato dalla morte dell'amico Cosimo de' Medici e da quella di Pio II, avvenute rispettivamente il 1º e il 15 di agosto del 1464, due figure chiave per il mantenimento dell'equilibrio della Lega Italica.

Morì improvvisamente l'8 marzo 1466 nella corte dell'arengo, dopo due soli giorni di malattia, a causa di un decisivo attacco d'idropisia, mentre il figlio Galeazzo Maria si trovava ancora in Francia al servizio di Luigi XI.
Dopo tre giorni durante i quali la salma del defunto duca fu omaggiata dai sudditi, Francesco Sforza fu poi traslato nel Duomo, ove le sue spoglie vennero sepolte.

Nel XVI secolo la sua tomba venne rimossa per ordine del cardinale Carlo Borromeo e successivamente i suoi resti vennero dispersi.